Il presente comprende tutto il passato

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sabato, 20 giugno 2009

La lunga storia finisce (ER 15x22)

Abby LockhartForse avrei dovuto parlare delle elezioni europee, e di un parlamento lontano lontano che non interessa a nessuno, forse perché fa leggi che non sono subito e necessariamente recepite, e dei risultati che quindi vengono letti solo in chiave nazionale. Ma sono ben poco significativi perché, appunto, la partecipazione è inferiore alle elezioni politiche generali. Addirittura inferiore al 50% a livello europeo. Ma,  a dimostrazione dello scarso interesse, già dopo una settimana non se ne parlava più.

Oppure avrei dovuto parlare della sinistra radicale ormai anche sinistra extra-parlamentare, e di una degna persona come Claudio Fava che era arrabbiatissimo contro il PD che aveva messo una soglia di ingresso lasciando così, per l'appunto, la sinistra fuori dal parlamento. E chiedermi per quale motivo, con due o tre deputati di Sinistra e Libertà al parlamento europeo anziché zero, il quadro politico sarebbe stato migliore per le sorti della sinistra e per chi la vota. A parte che mi pare di ricordare che la legge fosse stata voluta e imposta dalla destra.

George Clooney nel ruolo di Doug Ross in E.R.Oppure, un altro argomento poteva o doveva essere il referendum perfetto, questo meccanismo a orologeria inventato dal geniale Guzzetta (con il solito Mariotto Segni) che consentirà al premier attuale di gridare vittoria con tutti e quattro i risultati possibili (quorum + SI, quorum + NO, no quorum + SI, no quorum + NO). Ma non la solita affermazione di vittoria da arrampicata sui vetri. Quattro limpide varianti di vittoria. Pensateci e ne converrete con me. Così il referendum che già era arrivato in perfetto orario per abbattere Prodi l'anno scorso, avrà anche l'effetto di fare tornare il sorriso a Berlusconi lunedì sera, dopo le ben note vicissitudini. (Io comunque voterò SI a tutti e tre i quesiti, perché ritengo che il sistema più efficiente sia il bipartitismo).

O magari avrei dovuto dire la mia su queste vicissitudini, sui confini tra moralismo e morale e sui reciproci scambi di ruolo nell'usare queste categorie ma, Dio ce ne scampi.

Invece no, parlo di qualche cosa che, almeno a me, interessa molto di più: la fine di una lunga storia, l'ultima puntata, trasmessa questa sera, di quella saga che risponde al nome, in Italia, di E.R. Medici in prima linea o, in originale di E.R. - Emergency Room.

La lunga storia finisce - Ultima puntata in Italia il 19 giugno 2009

Abby-Lockhart-08Ci siamo arrivati infine, alla 22a puntata della 15a stagione, l'ultima e definitiva chiusura, dopo un paio di anni di annunci, e l'addio ai personaggi superstiti della lunga serie. E' triste, ma è così.

Alla fine dei personaggi di lungo corso ne sono rimasti solo tre dentro l'ER, Morris, ormai primo assistente, Gates, ormai anche lui una colonna del pronto soccorso, e la prima infermiera Sam. La responsabile della E.R.,  la dottoressa Banfield (una eccellente interpretazione della attrice Angela Basset) è una novità di questa ultima serie. E i giovani medici sono tutti personggi nuovi, appena accennati, anche se qualsiasi appassionato del serial poteva intravedere per loro possibili sviluppi per almeno altre 5 o 10 stagioni.

Ma ogni bella storia deve avere necessariamente una fine, e gli sceneggiatori e tutta la produzione ha deciso di fermarsi prima di diventare veramente un genere ripetitivo, con il rschio di annacquare progressivamente il bel ricordo con nuove stagioni sempre meno in grado di competere con quelle classiche.

Abby-Lockhart-09Così hanno avuto la possibilità di sperimentare altre tecniche nel racconto, non usate in precedenza per le necessità di fidelizzazione del pubblico (o degli inserzionisti). Come il flash back usato nella puntata Shifting Equilibrium (Festa a sorpresa, nella edizione RAI) dedicata soprattutto all'addio all'E.R. da parte del giovane chirurgo Neela. Oppure i bivii nella vita delle persone determinati dal caso o dalle decisioni umane, sulla scia del celebre film Sliding Doors, con i diversi scenari che ne derivano, una tecnica narrativa utilizzata nella puntata Dream Runner (15x12), uno dei picchi della stagione. E anche una incursione nel reality show (simulato) con le interviste stile nomination delle prime puntate.

Naturalmente, come più volte annunciato, nell'ultima stagione gli sceneggiatori hanno fatto in modo di ricordare, coinvolgendoli nelle vicende narrate, tutti o quasi i personaggi che hanno caratterizzato i quindici anni della serie. In alcuni casi (forzatamente) attraverso il sistema del flash-back, come l'apparizione del medico Mark "Ciccio" Green, nella puntata Oh, Brother, nella quale viene svelato anche il segreto del dolore che accompagna la dottoressa Banfield.

In altri casi rientrano nella vicenda così come sono ora, come nel caso dell'episodio più noto e citato della serie, un espianto e successivo trapianto di rene e cuore che consente a Sam e Neela di reincontrare, ma senza sapere chi sia, proprio il mitico Doug Ross, il pediatra delle prime serie, alias George Clooney, il personaggio che certamente è rimasto più di tutti nella memoria del vasto pubblico, e che ha dato il via alla carriera di uno degli attori più celebri e amati (e più bravi) di questi ultimi anni. Assieme alla prima delle capo infermiere, Carol (la puntata è Old Times, in Italia, Tornare a vivere, la 19a). Curioso che da diverse parti sia stata scambiata per l'ultima. Dopo il ritorno di Clooney non c'era forse più nulla da dire?  E nella puntata era coinvolta una dei molti attori e attrici che hanno voluto lasciare un segno nella serie: Susan Sarandon nella coraggiosa parte di ... una nonna.

Abby Lockhart con Carter e la moglie KemC'è stato anche il rientro in pieno di Carter, l'attore Noah Wyle, il primo medico giovane e pivello di tutta la serie, che così potrà dire anche lui di non essere mai uscito (anche se alcune stagioni  le ha saltate o ha fatto solo fugaci apparizioni, ma è stato sempre citato). Unico nell'impresa, a parte due personaggi di contorno come il receptionist Jerry (anche lui con un paio di stagioni saltate) e soprattutto la infermiera Haleh Adams (Yvette Freeman), sempre presente, e alla quale non a caso è affidato il "muro dei ricordi", in un anfratto dei magazzini, dove sono sistemate le targhette degli armadietti di tutti quei medici che hanno lasciato un segno e un ricordo nell'E.R.

Doug Ross (Clooney) e Carol Hathway (Margulies)Comunque in questo modo Noha Wyle riesce a superare tutti e ad essere, con il suo personaggio Carter, il più presente in assoluto (255 episodi), seguito da Laura Innes con la dottoressa Weaver (251, dal '95 al 2009), Maura Tierney  è al quarto posto con 191 episodi, ma in un arco temporale ristretto a 10 anni, dal 1999 (quando il personaggio è entrato nella storia come infermiera "precaria") al 2009, a conferma della preminenza del personaggio Abby Lokchart.

Centomila storie, mutevoli come la vita vera, senza timore, per la prima volta, di mostrarne anche gli aspetti drammatici, sino addirittura all'ultima puntata, a costo del rischio di temporaneo abbandono da parte degli spettatori per eccesso di carico psicologico (è successo anche a me). Volevano farci capire, anche se in modo simulato, cosa provano i veri medici e come si può conviverci? Forse è solo un caso.

Abby-Lockhart-06E tanti spaccati della vita vera in USA e nel nostro mondo globalizzato, che abbiamo imparato a conoscere negli aspetti che meno si notano, come i veri effetti dell'assistenza sanitaria privatizzata, o l'inarrestabile avanzata del mondo multi-etnico (più multi-etnico dell'E.R. non c'è nulla, alla faccia di tutti i leghisti della vecchia Europa declinante). Ma anche tanto amore. Ebbene sì, le storie d'amore tra i protagonisti, che si lasciano o passano dall'uno all'altro. Ingrediente indispensabile alla Beautiful? Piuttosto un ulteriore riflesso della vita vera, con la vita che fanno, i turni, la tensione continua, con chi altri dovrebbero mettersi i medici e i paramedici del pronto soccorso? Ma anche amore senza confini, di età e di genere. Ad iniziare dal celebre coming out (a lungo rinviato) della dottoressa Weaver (Laura Innes), la "capa" del pronto soccorso più a lungo in carica e che più ha segnato la serie.
Abby-Lockhart-02Che, nella laica America, ha anche potuto avere un figlio dalla sua compagna ed allevarlo lei dopo la sua scomparsa. (E alla fine, per la gioia degli appassionati, anche la bella storia tra Sam e Gates si ricompone).

I personaggi sono stati veramente tanti, ad iniziare dalle triadi: capo pronto soccorso (il dottor David Morgensten, alias l'attore William Macy, il dottor Romano, la dottoressa Kerry Weaver), medico giovane (Carter, Lewis, Morris / Pratt, Gates, Brenner), medico esperto (Doug Ross - Clooney, Mark Green - Anthony Edwards, Luka Kovac - Goran Visnijc), giovane chirurgo (Peter Benton, Elizabeth Corday, Neela Rasgotra - Parminder Nagra), prima infermiera (Carol Hathaway - Julianna Margulies, Abby Lockhart - Maura Tierney, Samantha "Sam" Taggart - Linda Cardellini).

Il personaggio forse più riuscito di tutti, quello attorno al quale sono ruotate più vicende, con più sfaccettature e più storie da ricordare, risulta alla fine quello di Abby, anche grazie alla bravura dell'attrice che l'ha interpretato dal 1999 al 2009, Maura Tierney. Ma gli elevati livelli della recitazione, della regia e del montaggio senza respiro (citato e portato al parossismo proprio nelle prime puntate dell'ultima serie) è un'altra delle caratteristiche di questa fiction, pur con le inevitabili variazioni di anno in anno. (Principalmente a lei, ad Abby, la inarrestabile "gnappetta" dell'E.R., dedico quindi la breve rassegna fotografica.)

Cosa dire per concludere? Che se questa serie fosse andata in onda negli anni del mio liceo forse in Italia ci sarebbe un medico in più.

ER 13, da sinistra Neela, Morris, Gates, Luka, Abby, Pratt, SamAltri post su ER:  La fortuna di ER, Le due ultime stagioni, La colonna sonora di E.R.
Per saperne di più  (forum)
 

sabato, 06 giugno 2009

Il tramonto della carta di credito

wallet-cardsUn tempo era uno status symbol. Negli anni '80, gli anni dello yuppismo, quando la carta di credito è arrivata in massa anche qui da noi (prima o poi tutte le abitudini americane arrivano), si faceva a gara a chi ne aveva di più nel portafoglio. Anche io, lo ammetto, giravo con tre carte di credito inserite negli appositi comparti del portafoglio.

Nasceva con uno scopo molto semplice: andare in giro senza contanti, con pochi spiccioli, per motivi di sicurezza. Era nata come una evoluzione dei traveller's cheques, gli assegni prepagati ma non circolabili inventati dalla American Express per i primi turisti degli anni trenta. Averla voleva dire essere solvibile, avere un lavoro o una attività sicura e remunerativa. Tirarla fuori mandava un messaggio di solidità e di successo. Non la davano a tutti, la carta di credito. Usare le banconote per acquisti consistenti mandava un messaggio inverso, di fortuna occasionale e precaria. Andava appena un po' meglio con gli assegni, anche se la facilità di trucchi e di assegni scoperti provocava quel cartello così frequente nei negozi: "non si accettano assegni".

amex-card-greenRicordo uno che raccontava di essere andato a pagare, per provocazione, un videoregistratore con soltanto monete. I pochi che tiravano fuori la carta di credito avevano invece un credito, appunto, assicurato. Passavano magari per gente che andava spesso all'estero.
All'estero infatti la usavano già da tempo. Ad esempio in Francia erano già molto più avanti. Ricordo la fila per pagare ai magazzini La Fayette, saremo stati alla fine degli anni '80, ero a Parigi per lavoro e con un collega eravamo lì per le solite spese e regalini che si fanno alla fine di un viaggio. Alla cassa ci siamo resi conto che, tra 12 o 15 persone che c'erano, eravamo gli unici a pagare con banconote. Le usavamo perché per il viaggio avevamo preso un anticipo cassa e ci sarebbero rimaste poi da cambiare in Italia. Ma gli altri avevano tutti carte di credito o Bancomat. Con i nostri contanti ci sentivamo fuori posto, quasi dei pezzenti.

amex-goldVuoi mettere invece quella mitica pubblicità della American Express di fine anni '70 che inquadrava il sedere di un tizio in jeans, con in tasca soltanto lo spazzolino da denti e il rettangolino di plastica verde? Che senso di libertà e di indipendenza che dava? La carta non dava alcun vantaggio economico, anzi costava (e lo status symbol nello status symbol era che te la pagasse l'azienda). Un minimo vantaggio è che il pagamento veniva differito da 10 a 40 giorni. Ma ovviamente non faceva alcuna differenza sul budget familiare.

E' stato qualche anno dopo che qualcuno ha pensato di differire il pagamento un po' di più, anche all'infinito. La carta di credito (chi ce l'ha, ha credito) diventava carta di debito (chi ce l'ha, è uno che fa debiti). Ed è diventata uno strumento per affrontare la crisi, prima post inflazione post Euro, poi post crack finanziari USA, uno strumento per linearizzare le uscite sull'anno, pagando ovviamente gli interessi (e che interessi) a chi fornisce la carta di debito.
american-express-platinumChe è diventata in questo modo facilissima da ottenere, a differenza di un tempo. Infatti chi ci guadagna è chi te la da', e infatti ora la danno anche gratis (come costo annuale).

Poi, in generale, si può anche usare come carta di credito tradizionale, saldando il 100% ogni mese, ma la tentazione (e i bisogni) sono a favore dei gestori. Così in fila al supermercato tirare fuori la carta di credito (o di debito, ma non è che c'è scritto sopra) non è più uno status symbol, non suscita sorpresa e interesse nelle massaie in fila.

Ce l'hanno ormai tutti. Se usi la carta sei probabilmente uno che fa debiti, o almeno che ha bisogno di differire le spese, magari hai il conto in profondo rosso, quindi sei potenzialmente sospetto. Così, come prima cosa, ti chiedono un documento. Alla faccia della pubblicità dell'American Express e del "denaro sicuro" e garantito dal sistema delle carte. Poi segnano l'acquisto su un libriccino, non si sa mai. A questo punto per distinguersi in fila al supermercato bisogna avere almeno una "carta oro" (quella che danno a chi spende un sacco di soldi con la carta) ma si tratta comunque di un messaggio per intenditori. E comunque il documento te lo chiedono lo stesso.

amex_blueMolto meglio il Bancomat. Almeno dimostri che i soldi sul conto ancora ce li hai. Ma ancora meglio tirare fuori i contanti, se sono quelli giusti. L'ideale è la banconota da 100 Euro, così rara, dimostra che il tuo reddito è consistente. Quella da 500 no, è esagerata, senza meno chiamano il direttore per controllare se è vera, non se ne vedono mai in giro, e non parliamo del resto. 100 Euro è l'ideale. E peraltro per la spesa settimanale di una famigliola ne servono un paio. Triste tramonto della carta di credito nel mondo globalizzato.


(Nelle immagini, tratte ovviamente dal relativo sito istituzionale [è tutta pubblicità, in fondo, non dovrebbero avere da ridire] la carta American Express, o familiarmnte Amex, nelle versioni standard green, oro e platino per super consumatori, e infine nella versione carta di debito. La pubblicità degli anni '70 non la ho, ma qui sotto ecco l'ultima campagna USA con la cantante Beyoncè come testimonial. Altro che viaggi in libertà, si torna ai messaggi base, vita nel lusso, jet privati, auto sportive, pellicce politically uncorrect, pure il vestito e le scarpe sono d'oro)

beyonce-american-express-1

mercoledì, 27 maggio 2009

Gli stipendi più bassi d'Europa

A intervalli regolari si succedono lanci di notizie, arrivano come fenomeni naturali ineluttabili, se ne parla per 2-3 giorni e poi spariscono. Ad esempio la notizia che gli stipendi dei parlamentari italiani sono i più alti d'Europa. O che il sistema pensionistico italiano non può reggere. O che il tasso di natalità italiano è il più basso del mondo. O che gli stipendi italiani sono i più bassi d'Europa.

I giornali (tutti assieme, sono abbonati alle agenzie) riportano la notizia,  che deriva dalla solita recente indagine statistica. A volte la commentano, e tutto finisce lì. Ci sarà però una ragione per questi fenomeni (non) naturali? Magari non è neanche tanto difficile da trovare.

Ad esempio, proviamo a capire perché gli sipendi italiani sono (in media) i più bassi d'Europa. Potremmo cercare di partire da quello che differenzia il mercato economico e il mercato del lavoro italiano da quello europeo. Se sono diversi per aspetti sostanziali magari poi sono diverse anche le retribuzioni.

Il PIL italiano deriva per circa il 50% dal settore pubblico. Questo è interessante, altrove la percentuale è inferiore. E' assai probabile che anche il 50% dei lavoratori, più o meno, siano nel settore pubblico. Chi decide le condizioni retributive dei dipendenti pubblici? I governi, che sono espressione della volontà popolare. Quindi se gli stipendi pubblici sono mediamente più bassi degli stipendi privati (è così ovunque) e quindi più bassi due volte della media europea, la motivazione è la volontà popolare
Se in Italia prendesse il potere un improbabile partito per l'innalzamento degli stipendi nel settore pubblico, questa (presunta) anomalia si sanerebbe.

Il secondo motivo è che i lavori stabili sono a tempo indeterminato e non interrompibili bilateralmente. Solo il lavoratore può interrompere il rapporto di lavoro per sua scelta (pagando eventualmente una penale per mancato preavviso). Il datore di lavoro può invece interrompere il rapporto solo per giusta causa, da dimostrare davanti a un giudice in caso di ricorso.

forbiceNon è così ovunque, in particolare non è così nel Nord Europa. Dove i lavori sono quasi sempre a tempo indeterminato (nel senso che nel contratto non è prevista una data di conclusione) ma sono sempre interrompibili dal datore di lavoro. Per mezzo di una procedura piuttosto rara in Italia (per fortuna, direbbe chiunque) chiamata licenziamento.

Poichè statisticamente ad una certa quota di lavoratori, ad esempio, inglesi, può capitare il licenziamento (o la riduzione unilaterale dell'orario, come fanno ultimamente, in tempi di crisi globale) ne consegue che: 1) gli stipendi devono essere mediamente più alti per coprire gli intervalli tra un lavoro e un altro; 2) lo stipendio può anche essere più alto, ma se capita una interruzione di qualche mese la retribuzione annuale si abbassa e il lavoratore inglese, apparentemente privilegiato, scende in classifia rispetto al suo omologo italiano.

E' una applicazione dello scambio tra rischio e retribuzione. Maggiore è il rischio del lavoro (nel senso della instabilità) e maggiore deve essere la retribuzione. La stabilità, con tendenza addirittura alla inamovibilità, con corredo di tutele assistenziali e previdenziali pagate dal datore di lavoro, a sua volta ha un valore e viene in sostanza detratta dalla retribuzione, che quindi mediamente è inferiore.

Il terzo motivo è che, probabilmente a compensazione della sopra descritta peculiarità, si sono sviluppati  da noi (da anni, non solo recentemente) varie forme di cosiddetto precariato. Il lavoro precario, la diffusa collaborazione in particolare, racchiude in sè il peggio dei due sistemi: licenziabilità e bassa retribuzione media, aggiungendo anche l'ulteriore abbassamento del reddito su base annua nel caso (frequente) di interruzioni e (visto che ci siamo) anche la scarsa tutela previdenziale e di welfare in generale.

Il lavoro interinale è meno penalizzato (in Italia sono trattati meglio i diplomati dei laureati, qualsiasi cosa questo significhi) ma comunque soggetto a interruzioni, ed è sempre e comunque più basso (per il dipendente, per il datore di lavoro è più costoso per via delle commissioni di agenzia) di quello cosiddetto a tempo indeterminato.

Poichè sono in crescita questi lavori e costituiscono una quota crescente del complessivo, anche da qui nasce la verità statistica degli stipendi più bassi d'Europa.

Quindi abbiamo la spiegazione. Perché abbiamo gli stipendi più bassi d'Europa? Perché lo vogliono la maggioranza degli italiani quando votano. Considerando giusto che il lavoro pubblico sia pagato meno di quello privato. Non considerando giusto o conveniente abolire forme contrattuali come le collaborazioni. Considerando non prioritario riformare un mercato del lavoro non equo, dove a parità di compiti e competenze corrispondono tutele molto diverse.
E considerando invece prioritari problemi come la cosiddetta clandestinità (nel paese che chiama e richiede più lavoratori stranieri) , la criminalità spicciola (nel paese con i più bassi tassi di piccola criminalità d'Europa, ma con i più alti tassi di criminalità organizzata) o le buche delle strade di Roma.
 

lunedì, 25 maggio 2009

L'invidia

Leggevo la settimana scorsa una interessante osservazione in una lettera a Zygmunt Bauman, sul supplemento del sabato di Repubblica. Scriveva Agata P.: "Non cerchiamo un contatto con le persone ma solo la loro ammirazione, l'invidia, ossia il loro odio. Perché vogliamo essere odiati?"

ebeneezer_scrooge_2Invidia, non ammirazione. L'ammirazione nasce da un merito riconosciuto, da parte di chi sa che non può essere in lizza per il premio Nobel. L'invidia nasce dalla consapevolezza di essere inferiori ma nel rifiuto di accettare la inferiorità. Di persone ammirate incondizionatamente in Italia non ce ne sono molte, magari qualcuno o qualcuna premiata dalla bellezza, come Monica Bellucci, o dalle doti sportive, come la Pellegrini. Doti per le quali non servono le raccomandazioni, la scorrettezza, l'appartenenza alla famiglia o a un clan. Che sono le motivazioni che di solito l'invidioso attribuisce alla persona di successo, per mitigare il suo senso di fallimento.

L'invidia degli altri è però addirittura cercata, come dice giustamente Agata P, l'invidia è la comprova del successo. E c'è anche chi la vende, e molti che la comprano. Per esempio sotto forma di SUV, o di SUV al quadrato (il Cayenne) o di SUV al cubo (l'Hummer). Mezzi che hanno solo un significato, il messaggio che mandano agli altri (che guidano più in basso): invidiatemi. 

Una volta ho visto uno che, nel caso gli altri non avessero del tutto capito il messaggio metaforico, aveva attaccato sulla coda del suo Touareg una decalcomania con un disegno stilizzato e la scritta "Attenzione: famiglia feroce!". Volevo fargli una foto con il telefonino ma poi ho osservato meglio il capofamiglia e ho deciso di soprassedere.

L'invidia è la nuova motivazione inconscia per il voto a sinistra. Tre anni fa era più prosaicamente la coglionaggine. Non nel senso spregiativo classico, voleva dire che chi vota a sinistra lo fa contro i suoi interessi, come un coglione, appunto. E non a caso lo diceva alla assemblea della Confcommercio. Come dire: "bisogna essere coglioni per votare a sinistra e farsi tartassare dalle tasse".

Ora l'altra spiegazione per questo inconcepibile comportamento (non votare per il PdL) è la invidia. Appunto "Chi è malato di invidia personale e di odio politico vota per la sinistra" diceva Berlusconi (23 maggio, da La Stampa e altri quotidiani).

Invidia rivolta in primo luogo a lui, pare di capire. Certo è l'uomo più ricco e potente d'Italia.
Eppure una buona parte degli italiani ha qualcosa che lui non ha, almeno per ora: una famiglia unita, una moglie che lo ama o almeno ha ancora affetto e considerazione per suo marito, oppure, se il matrimonio è finito (capita) almeno una donna che lo ama. In fondo, come cantava John Lennon "Ogni uomo ha una donna che lo ama". Anche Sarkozy, è finita la storia con Cecilià, ma ora ha Carlà.

ebeneezer_scroogeCerto i soldi e il potere compensano parecchio di quello che manca e, come si dice, "il denaro non da' la felicità, figuriamoci la miseria", ma anche Paperon De' Paperoni che pure ha il suo deposito dove tuffarsi nel denaro, deposito invidiato e metaforicamente e instancabilmente insidiato dai Bassotti, senza Paperino e i nipotini Qui, Quo e Qua avrebbe una  vita vuota. Anche l'eterna caccia di Brigitta Papera alla fine gli riempie la vita, e perfino se sparisse l'eterno nemico Rockerduck si sentirebbe privo di qualcosa.

Senza di loro sarebbe come il suo prototipo, Ebeneezer Scrooge, il protagonista del celebre racconto di Dickens, Canto di Natale, e il primo nome di Paperone in USA era appunto Uncle Scrooge (o Scrooge McDuck).
Ma già nelle mitiche storie degli anni '30 del suo creatore Carl Barks la macchietta dell'avaro era sostituita dall'infaticabile, anche se un po' fissato, imprenditore che si buttava nelle più fantastiche avventure assieme al suo nipote sfaticato e incapace (ma che lui cercava sempre) e ai micidiali nipotini. E poi gli sceneggiatori italiani hanno completato negli anni il suo mondo di amicizie e affetti.

In sintesi: attenzione con l'invidia, è un sentimento difficile da maneggiare in entrambe le direzioni.

Commento musicale: I Vianella in "Semo gente de borgata" ( e stamo mejo noi, che nun magnamo mai), che avevano già detto tutto.


 
 
giovedì, 21 maggio 2009

G8: la parola magica

Volete i titoli dei giornali per la vostra iniziativa? Siete disposti a sopportare la non pacifica invasione della veeostra città da parte di tutti i freaks d'Europa che cercheranno in ogni modo di creare scontri con la polizia? Allora adottate un marchio infallibile come la parola magica delle fiabe: G8.

g8-university-summitMagari dovevate organizzare un convegno sull'ambiente, o sulla industria chimica, o sull'università. Non lo avrebbe filato nessuno. Sarebbe stato difficile trovare i relatori. Non parliamo dei giornalisti, non ci sarebbero andati neanche gli stagisti. E invece lo chiamate G8 dell'Università, e il clamore è assicurato. Magari i paesi non sono proprio 8, magari sono 19, ma un marchio è un marchio e i protestari e i giornalisti non si fanno mai troppe domande.

Da tutta Europa calano i contestatori, quelli che per un po' si sono chiamati "black blocks", quelli cattivi, e "no global", quelli buoni  (una tizia in fila alle poste li aveva battezzati con un inconsapevole tentativo di sintesi "no blocks"). Il motivo non si capisce troppo bene. Mai. Ma comunque è da ricondurre ad una sopravvalutazione. Alla sopravalutazione dell'evento, dal quale potrebbero derivare decisioni gravi, contrarie al destino dell'uomo, della terra, dei giovani, del cibo naturale e così via.

Invece nei vari G7, G8, G20 non si decide mai niente, e quel poco è solo fumo per giustificare la esistenza stessa dell'evento. Fumo che magari viene poi dimenticato o disatteso in seguito. Come i rituali aiuti al terzo mondo. A memoria d'uomo non si ricorda un G8 nel quale siano state prese decisioni che abbiano inciso nella vita delle persone del mondo. O, almeno, non decisioni che si siano conosciute, magari in incontri bilaterali riservati si sarà pure concluso qualcosa, ma lo stesso accordo si sarebbe potuto prendere anche da qualsiasi altra parte e in qualsiasi altro momento.

Ad esempio dal recente G20 di Londra, che è persino costato la vita ad un povero edicolante, qualcuno si ricorda che decisioni siano state prese e che rilievo abbiano avuto sulla famosa crisi? Ogni paese ha continuato, come prima, ad andare in ordine sparso seguendo i propri interessi. Anche per l'intero fronte che contesta vanamente il capitalismo e il libero mercato i G8 e derivati hanno lo stesso scopo che hanno per i capi di stato che ci vanno: ricordare al resto del mondo la loro esistenza.

Vanamente i tecnologi a oltranza ricordano che esistono le video conferenze o, anche, banalmente, il telefono. A intervalli sempre più ravvicinati, ineluttabili come le stagioni, si succedono i G8. Forse il vero scopo risiede in un moderno metodo Keynes. Invece di far scavare canali (che magari neanche servivano) con pala e piccone per aumentare al massimo la forza lavoro, viene organizzato un evento mondiale che comporta opere architettoniche ed edili per centinaia di milioni di euro (La Maddalena), che mobilita migliaia di giornalisti e altrettanta migliaia di "sherpa" (funzionari) al seguito delle varie delegazioni, da alloggiare in equivalenti migliaia di camere d'albergo, che mangiano migliaia di pasti in migliaia di buffet, che danno lavoro a centinaia di interpreti, che richiedono migliaia di ore di straordinario per le forze dell'ordine che devono contrastare i suddetti contestatori.

Tutto PIL in più per il paese ospitante, e infatti i G8 girano da un paese all'altro e non mancano mai le offerte. Con una espansione inarrestabile e bulimica. In questo senso il trasferimento del G8 all'Aquila tutto sommato non è una cattiva idea: mette fine per forza al gigantismo  dell'evento contrastandolo con la esigenza di sobrietà connessa alla situazione drammatica sullo sfondo. Magari è anche un modo per salvarsi dai ritardi accumulati alla Maddalena e prevenire ogni critica di inefficienza ("già e tanto che siamo risuciti a fare questo ...") oltre che un ulteriore preventivo complesso di colpa per i contestatori (" ... non avete proprio rispetto per niente").

ben-hurComunque sono in grado di rivelare, per concludere (la sintesi non serve, si è capito cosa farei dei G8) il risultato raggiunto dal recente G8 dell'Università. Lo ha detto il rettore dell'Università di Torino, che lo ha organizzato, citando la brillante conclusione del relatore finale, il rettore dell'Università di Pechino. Che sintetizzava così il problema del mondo moderno e globalizzato "i paesi ricchi ed i paesi poveri devono capire che sono sulla stessa barca, e devono imparare a remare nella stessa direzione".

Brillante sintesi, in apparenza, non so se serviva un G8 intero (che poi era un G19, non hanno chiuso la porta in faccia a nessuno) per arrivarci. Non so neanche cosa c'entri l'università. E soprattutto non sono tanto sicuro di una cosa: la direzione a cui puntare è proprio la stessa per i paesi ricchi e per i paesi poveri? Per esempio i paesi poveri potrebbero avere come obiettivo la libera circolazione delle persone, oltre che delle merci. Oppure la libera circolazione delle idee (i brevetti) oltre che del denaro.
Temo che questa barca farebbe fatica a muoversi in una direzione ben definita. A meno che a poppa ci fosse il timoniere di Ben Hur, quello col tamburo. E che i rematori fossero incatenati alla barca, senza scampo, come Ben Hur e i suoi amici. Ma non lo vedo proprio questo nuovo ordine mondiale, forse lo vede pro domo sua solo quel rettore che viene dalla Cina.

Cosa si proponeva il G8 University Summit (solo per appassionati)

Ma forse bisogna anche cercare di capire cosa si proponeva questo G8 University Summit (che si tiene da anni, ma in precedenza era andato meno bene, non se lo era filato nessuno, l'anno scorso ad esempio si era tenuto a Sapporo in Giappone) e perchè bisognava contrastarlo.
Cominciamo dai motivi per opporsi ad esso:

"Noi sosteniamo un’idea di università pubblica, democratica, di massa e di qualità radicalmente alternativa a quella che si profila al Summit di Torino, occasione per le élites accademiche del pianeta di accreditarsi come consulenti dei capi di stato e di governo corresponsabili della crisi economica, e attrarre finanziamenti pubblici e privati in reciproca competizione. In una logica di soggezione della formazione e della ricerca al sistema d’impresa, logica superficialmente mitigata dalla scelta di discutere quest’anno il contributo delle università allo sviluppo sostenibile."
(Fonte: Rifondazione Comunista )

Ma da cosa ricavano questi irriducibili antagonisti che i rettori, in genere di università pubbliche, volessero proprio questo? Vediamo la sintesi finale dei lavori (difficilissima da trovare, tutte le notizie sul G8 dell'University, sono sommerse in un rapporto 1 a 1000 dalle notizie sugli scontri a Torino). Sintetizzo perchè è veramente lunga:

Quattro sono i principi enunciati  dalla dichiarazione finale: 1) Un nuovo modello di sviluppo socio-economico, che preveda un uso più efficiente delle risorse, in una prospettiva di sostenibilità di lungo termine. 2) La proposta di nuovi approcci allo sviluppo sostenibile, fondati sul riconoscimento del ruolo dell’etica. 3) Un modello di politica energetica che preveda l’utilizzo di fonti rinnovabili e di tecniche per il risparmio energetico, imperniata sull’utilizzo più razionale delle risorse naturali. 4) Una rinnovata consapevolezza dell’interdipendenza esistente tra le attività umane e l’ecosistema naturale.
....
In quest’ottica, per promuovere consapevolezza sulle criticità da affrontare si dovrà potenziare la collaborazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, coinvolgendo soprattutto i giovani, al fine di creare una nuova mentalità rivolta allo sviluppo sostenibile.

La formazione e la ricerca avranno un ruolo fondamentale nel supportare, attraverso appropriati approcci integrati e transdisciplinari, i processi decisionali, in tutti i campi. Il governo del cambiamento dovrà essere sempre più democratico e partecipato a partire dal pieno coinvolgimento degli studenti nell’elaborazione delle politiche universitarie.

Essenziale per il raggiungimento di questi obiettivi sarà il potenziamento del “Network of Networks”, già lanciato nel Summit del 2008, che punta a collegare tutte le reti già esistenti e relative a specifici campi di ricerca tra loro, in un Centro virtuale di Formazione e Ricerca  (Education and Research Virtual Centre) sullo sviluppo sostenibile e responsabile.

La relazione tra le critiche e le dichiarazioni è praticamente pari a zero. Un dialogo tra sordi. Ma anche accettando la più ardita dietrologia, come si possa vedere una minaccia in questa generica fuffa da convegno, destinata a restare lettera morta sempre, ma in particolare in tempi di crisi e contrazione degli investimenti, è un altro mistero del mondo moderno.
 

mercoledì, 06 maggio 2009

Adozione: anche in Italia si può

Diverso tempo fa, intervenendo sul dibattito in corso tra la cultura della vita (quella di Ratzinger, Ruini e supporter) e cultura della morte (quella dei laici) notavo anche gli ostacoli frapposti in Italia alla adozione dei bambini abbandonati, al di fuori del "legame di sangue".

Ho scoperto però, leggendo un libro interessante (e anche piuttosto sconvolgente, sconsigliato alle persone troppo sensibili alle ingiustizie) del quale avevo sentito parlare a Radio 24, che l'adozione, a certe condizioni, è possibile e relativamente veloce anche da noi.

brazil-4Il caso raccontato nel libro in questione (Rapita dalla giustizia, di Angela L., Rizzoli) fa apparire la vicenda narrata ne Il processo di Kafka una banale disavventura giudiziaria, eppure è avvenuto realmente nel nostro amato paese, così attento ai diritti dei più deboli e in particolare dei bambini, neanche molto tempo fa, tra il 1995 e il 2008. La protagonista è una bambina, di sei anni, che viene prelevata direttamente a scuola dagli psicologi inviati dal tribunale dei minori e portata prima in una casa famiglia e poi in un istituto per bimbi abbandonati. Il provvedimento era motivato dalle accuse rivolte al padre (si capisce quali possano essere), rivelatesi poi del tutto inconsistenti e quindi cadute, e che comunque apparivano incongrue a chiunque avesse un po' di buon senso anche all'inizio della vicenda.
Il padre, nonostante la contraddittorietà dell'impianto accusatorio, viene però condannato in primo grado e qui avviene la prima cosa insolita: la figlia viene dichiarata adottabile e prima affidata a un istituto e poi effettivamente data in adozione ad un'altra famiglia. Tutti sappiamo che in Italia chiunque è innocente sino a sentenza definitiva, anche se può iniziare a scontare la pena, ma in questo caso un provvedimento pressoché irreversibile come l'adozione è stato applicato senza problema alcuno. E la incongruenza si è verificata: il padre è stato poi assolto quattro anni dopo per l'assoluta inconsistenza dell'accusa (ma dopo aver fatto due anni di carcere ingiustamente), ma nel frattempo erano passati gli anni, e la bimba, ormai diciassettenne e quasi maggiorenne (quindi altri sei anni dopo), è rientrata nella famiglia d'origine solo per sua decisione, dopo che era stata ritrovata e contattata dal fratello maggiore.
 
Non mi addentro nella vicenda (consiglio di leggere il libro) ma voglio soltanto mettere in comune alcune lezioni che ho imparato sulla giustizia italiana, sui servizi sociali e su alcuni suoi personaggi.
 
Le case famiglia sono un business
brazil-5Ogni bambino affidato vale un buon stipendio e gli psicologi e le psicologhe dei servizi sociali possono incrementare questo business trovando clienti per queste strutture. Una tentazione per gli psicologi, se per esempio lavorano sia nel pubblico sia per questi Caf (centri di affido familiare). Come è avvenuto, secondo la testimonianza di Angela L. e della sua famiglia, nel caso in questione. Un altro caso di conflitto d'interessi. E riguardo al trattamento dei bambini nei Caf:  ".. Nel CAF la vita era letteralmente sospesa. Ai muri della nostra piccola prigione, le cui finestre erano quasi sempre chiuse, non c'erano né orologi, né calendari. Non si sapeva mai esattamente che ora fosse. I giorni trascorrevano uguali, senza che nessuno s'impegnasse a misurarli. Il mio settimo compleanno passò senza che me ne accorgessi minimamente. ..."
 
Le testimonianze dei bambini valgono ben poco
Ogni psicologo è in grado di influenzare un bambino e di vedere nei suoi racconti e nei suoi disegni quello che vuole.
 
Gli istituti esistono ancora
Una buona parte del libro è dedicata a descrivere dall'interno, con gli occhi di una bambina delle ultime classi delle elementari, un istituto per bambini abbandonati dalla famiglia, quello che un tempo si chiamava genericamente orfanotrofio (e che ora è pudicamente chiamato kinderheim) i suoi piccoli ospiti e la sua direttrice. A parte la commistione inevitabile con l'interesse economico, e i vari episodi spiacevoli narrati, quello che mi ha colpito di più è che si tratta comunque di un luogo triste, innaturale, per crescere dei bambini.
"Attraversammo il lungo corridoio che partiva dalla porta della direttrice e alla fine entrammo in quella che sarebbe stata la mia camera. C'erano cinque letti in ferro battuto, un grande armadio, due finestre con le sbarre e con gli stessi infissi malridotti che avevo visto nella stanza della direttrice. ..."
Ma la cosa straordinaria è che in Italia decine di migliaia di famiglie, con ogni possibile requisito positivo, sarebbero pronte a ospitare quei bambini. Abbandonato non ne rimarrebbe nessuno. Andrebbero tutti in famiglia, rendendo felici gli altri e loro stessi. Ma non si può, per il tabù cattolico del legame del sangue. Sono quelle cose che danno un senso di impotenza e di rabbia e fanno diventare esterofili.
 
Il film Brazil non esagerava
brazil-7Qualcuno forse ricorda Brazil, un eccellente film di fantascienza di qualche anno fa di Terry Gilliam, spiazzante e a non tutti gradito perché iniziava in chiave comica e finiva in chiave drammatica. Parecchie idee di quel film si sono rivelate negli anni profetiche, dal mondo futuro misto di nuova tecnologia e persistenza di una organizzazione vintage, al predominio dei vecchi che ricorrono ad ogni sistema per apparire giovani. Ma una delle idee più da incubo del film continuava a sembrare una iperbole, qualcosa che in nessuna società si sarebbe realizzata. Mi riferisco al conto che l'incombente organizzazione statale del mondo futuro addebitava alle sue vittime: tot giorni di interrogatorio con torture, tot soldi addebitati alle vittime per il lavoro dei torturatori.

Sembra impossibile, ma in Italia succede realmente, ed è successo alla famiglia di Angela L. Come dicevo prima, le case famiglia, i CAF, hanno un costo elevato, normalmente a carico della società. In questo caso però il padre è stato assolto completamente e non esisteva quindi una motivazione per pagare il soggiorno della figlia nel CAF. Il comune di residenza, il ridente paesino di Masate (vicino a Milano) che aveva dovuto anticipare una cifra consistente (60 milioni degli anni '90) li ha quindi addebitati direttamente alle vittime della disavventura giudiziaria. Che si sono visti recapitare il conto per il soggiorno di molti mesi nel CAF della figlia, rapita dalla giustizia. Un conto superiore a quello di un resort, al posto di un risarcimento. Più che un beffa, la realtà che supera la fantasia. Ma incredibilmente proprio grazie a questa azione di kafkiana burocrazia la famiglia scopre dove è finita la figlia.
 
Il tribunale dei minori di Milano
brazil-2Co-protagonista della vicenda è il tribunale dei minori di Milano, ostinatamente convinto difensore, contro ogni buon senso, ogni prova e contro la volontà della bambina e poi ragazza, della decisione iniziale. Evidentemente applicano il precetto che un vero manager non ammette mai gli errori. Ma qui c'erano in ballo le vite delle persone. E frettolosamente pronto a consentire l'adozione di una bambina (per una volta il legame del sangue non aveva più peso) ancora prima della fine con giudizio definitivo dei vari processi. Ho sentito numerose volte alla radio interviste della dirigente di questo ufficio, che è citata con nome e cognome nel libro ed è anche molto nota, si chiama Livia Pomodoro, sempre impegnata a parlare dei problemi dell'infanzia. Il meno che posso dire è che, la prossima volta che mi capiterà di sentirla, cambierò canale.
 
Il PM
Interessante anche il PM protagonista di questo clamoroso (non nel senso che ha fatto clamore però, se n'è parlato ben poco, solo la rivista Panorama ha dato ampio spazio al caso) errore giudiziario, Piero Forno, che nonostante questa vicenda e le censure della Cassazione ha fatto carriera ed è diventato uno dei massimi dirigenti del tribunale di Torino (procuratore aggiunto). Mi viene il dubbio ch la meritocrazia non sia applicata in modo esteso in magistratura, e la vicenda mi conferma nella mia titubanza ad esaltare acriticamente i magistrati, come sento fare in modo quasi automatico dai tempi di "mani pulite". E' un potere che è bene che abbia dei contrappesi ed è opportuno che sia sempre esercitato il beneficio del dubbio rispetto alle azioni della magistratura.
 
La storia della colonna infame
brazil-1Per chi ha qualche ricordo di liceo del Manzoni e della sua storia positivista sui processi del seicento la vicenda suscita altre inquietanti analogie (tra l'altro era sempre a Milano) per la facilità con cui un sistema giudiziario ideologicamente orientato e auto-referenziato possa dare credito anche alle accuse più palesemente infondate e contraddittorie. Per fortuna in Italia ci sono più gradi di giudizio. Io li terrei.
 
Tentativo di conclusione
L'incubo della sparizione del proprio figlio o della propria figlia è uno dei peggiori e ricorrenti per qualsiasi genitore moderno. Io sono uno dei pochi genitori che conosco che ha avuto la forza di leggere il (bellissimo e tremendo) romanzo di Ian McEwan "Bambini nel tempo" quando mia figlia aveva sei anni. E sono stato punito perché mi è capitato poi di perderla di vista per qualche minuto e di vivere, anche se per pochissimo tempo e senza che nessuno se ne accorgesse, quella sensazione di angoscia che supera ogni altra. E che è all'origine della eterna paura verso gli zingari (o altri stranieri). Ma qui siamo arrivati a un livello di paura superiore, la bambina non è stata rapita dagli zingari, ma dallo Stato. 
 
E l'altra campana?
Come in tutte le vicende bisognerebbe sentire anche l'altra campana per una valutazione obiettiva. Ma in rete si trovano altri commenti stupiti d come tutto questo possa essere accaduto. D'altra parte si capisce l'imbarazzo della parte accusatoria, dopo la sentenza della Cassazione che parla di "aspetti di incoerenza e d'inverosimiglianza" "scarsa attendibilità dei test psico-diagnostici somministrati" e soprattutto di "condizionamenti ricevuti" negli incontri probatori.
 
(Le immagini sono tratte, ovviamente, dal film Brazil, del 1985, di Terry Gilliam, qui sotto la copertina del libro)

rapita-rizzoli
 
giovedì, 30 aprile 2009

La festa della Liberazione degli ebrei

Prima che la festa della Liberazione esaurisca il suo momento di attenzione come tutte le altre notizie, che rimangono sui media per il loro tempo prestabilito di 4-5 giorni (e se ne riparla tra un anno) solo un ultimo commento sul significato profondo della suddetta festa per i nostri connazionali.

25-aprile-bolzanoVisto che siamo in un paese per vecchi l'attenzione è come al solito sui giovani, che non saprebbero dire, se interrogati, che cosa si festeggia il 25 aprile, perchè e da chi e a favore di chi ci sia stata una liberazione, e in quale anno questo fatto, così importante da farci una festa nazionale, sia avvenuto.

Temo che se si facesse la stessa domanda anche a fasce di età superiori non si avrebbero risultati molto diversi, ma i dati disponibili e rimbalzati sulle TV e su YouTube sono incentrati sui giovani in età di liceo o poco più. Una televisione locale di Carpi ha intervistato un gran numero di ragazzi della nota cittadina emiliana, capitale italiana un tempo delle pellicce ed ora della moda, con risultati che confermano una certa distanza dal significato della festa.

Confortato da una piccola analoga inchiesta in area romana, posso azzardare che il significato che è più rimasto impresso nella memoria degli adolescenti è la Festa della Liberazione degli Ebrei.

Anni e anni di film come Schindler's List, La vita è bella, Train de vie, sceneggiati su Giorgio Perlasca, imposti ai ragazzi in visioni mattutine, di viaggi ad Auschwitz e testimonianze di scampati ai campi di concentramento, più la sovraesposizione di Israele con tutte le guerre in Medio Oriente hanno, credo, creato la convinzione che la Seconda Guerra Mondiale abbia contrapposto i Nazisti (tedeschi) agli Ebrei, che alla fine hanno vinto con il contributo decisivo degli Americani.

In questo contesto è logico che si festeggi con una festa nazionale la Liberazione degli Ebrei, cioè la fine della guerra, che ha rappresentato anche, come azzarda qualche ragazza intervistata (in cerca di sintesi tra le due ricorrenze) la fine della monarchia e la nascita della Repubblica.
E poi c'è il fatto che la visione degli Ebrei e del loro peso è del tutto distorta. Io mi diverto a volte a proporre un piccolo test, anche a persone acculturate, se gli ebrei italiano siano 30 mila, 300 mila o 3 milioni. Con risultati sempre sorprendenti.

Anche a Carpi, a pochi chilometri da Modena, i ragazzi, figli di genitori o nipoti di nonni che presumibilmente hanno votato in buona parte, finché c'è stato, per il PCI (che pure, come dicevano un tempo gli extra-parlamentari di sinistra che lo contestavano, non era dissimile da uno scaldabagno, perché se gli toglievi la Resistenza era un bidone) non collegano mai la parola Liberazione e la ricorrenza del 25 aprile alla parola "partigiano". Al massimo i più alternativi e/o informati azzardano la parola "fascista", magari collegandola alla monarchia e al 2 giugno.

Di che anno? Anni e anni di battaglia contro il nozionismo hanno dato i loro frutti. Le date non le ricorda nessuno. Ma comunque in questo caso non sono troppo lontani, le date proposte sono più o meno tutte negli anni '40. Per altre ricorrenze va meno bene.

Tutta colpa dei giovani d'oggi, che sono ignoranti e attenti solo all'edonismo? E' vero che sembra che proprio a tutti la buona fatina abbia fatto in tempo a trasmettere il dono della non curiosità (sto citando, come è evidente, la favola della Bella addormentata nel bosco). Ma la colpa non è loro.
E' la debacle della scuola italiana. E in particolare dei professori di Lettere e di Storia.

Non ci arrivano mai alla seconda guerra mondiale. Per prudenza si fermano prima. In classe c'è sempre qualche fascistello in vena di provocazioni che potrebbe complicare le ultime lezioni dell'anno. Oppure ci arrivano, ma si perdono in particolari storiografici, nei dibattiti per specialisti che tracimano nei libri di storia delle scuole, scritti di solito da professori universitari e non di liceo. Che adattano le loro dispense tagliando qua e là (e rendendo il tutto definitivamente incomprensibile).

Gli studenti americani, anche dell'ultima scuola del North Dakota, magari non sanno di preciso se il Colosseo è stato costruito duecento o duemila anni fa, ma sanno esattamente tutto della loro festa nazionale, dell'Indipendence Day tante volte glorificato e citato al cinema. E' una festa nazionale e ha un significato di coesione nazionale, anche per i nuovi venuti, e il sistema scolastico americano si mette d'impegno per farla capire e assimilare a tutti.

Non penso che siano loro a non voler sapere e a non voler ascoltare. Penso che siano gli adulti a non saper parlare. Abbandonando sia il distacco critico sia l'ansia di indottrinamento.

Vedi anche: FAQ sulla Resistenza, Memoria della Resistenza, Un altro 25 aprile, Immagini della Resistenza
 

sabato, 25 aprile 2009

Memoria della Resistenza - Immagini

Le immagini della Resistenza che corredano gli articoli e le memorie su stampa o sul web sono più o meno sempre le stesse, riprese nelle manifestazioni subito dopo la Liberazione a Milano, a Genova a Bologna e nel resto del Nord Italia. Altre foto ritraggono singoli partigiani e partigiane in studio, un ricordo e una memoria, di solito ad uso privato. Non c'erano fotografi "embedded" al seguito delle formazioni partigiane, e sarebbe stato anche assai rischioso, durante la guerra, lasciare queste prove a disposizione di fascisti e tedeschi, e quindi la memoria visiva non può essere molto aiutata dalle immagini originali.

Ho trovato nel nostro archivio alcune foto di partigiani del reggiano e mi pare giusto, oggi, pubblicarle e commentarle brevemente, per poter vedere i visi di quei ragazzi e quei giovani che la Resistenza l'hanno fatta davvero in quegli anni decisivi.

La prima immagine ritrae una formazione partigiana del reggiano in Piazza del Duomo a Reggio Emila, a maggio del 1945, in occasione della manifestazione di onore alle armi ai partigiani, ma anche di pronta riconsegna delle suddette armi alle forze regolari degli Alleati.
La foto rende una idea più realistica di una formazione partigiana rispetto ad altre dove sono indossate divise a volte improvvisate nei giorni successivi la Liberazione.

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Le donne partecipavano per la prima volta in Italia in prima persona alle operazioni militari e spesso nelle foto di quei giorni della primavera del 1945 le partigiane sono in primo piano. (Fonte Istoreco - RE)

Due partigiane in una foto ricordo dei giorni successivi sono (da sinistra) Maruska e Laila (Anita Malavasi) ritratte assieme al partigiano Gip.

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Il partigiano Gip (Armando Morini) esperto guastatore, in una foto sempre del 1945.

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In una foto risalente probabilmente ad un paio di anni prima, in Africa Orientale, è ritratto il partigiano Folgore (Mario Grisendi), reduce di guerra, gravemente ferito (era rimasto senza una gamba) entrato poi nella Resistenza come gappista e protagonista di numerose azioni temerarie e di molti ricordi di mia zia (il suo principale strumento per le azioni era ... la bibicletta), caduto in combattimento il 20 gennaio del 1945.

partigiano-folgore-1943-web

Un'altra immagine sempre del 1945 ritrae la partigiana Piera Bertolini, con una dedica alla partigiana e staffetta Annuska, anche lei attiva tra il 1943 e il 1945 nell'Appennino reggiano.

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In questa ultima foto di questa mini galleria è ritratta Annuska (Teresa Vergalli) diciannovenne, un anno dopo, l'8 marzo del 1946, mentre parla a un comizio a Reggio Emilia nella piazza del Teatro Ariosto.

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(Le foto riprodotte sono un omaggio agli uomini e alle donne della Resistenza italiana, la partigiana Annuska, casualmente, è mia madre)

Vedi anche: FAQ sulla Resistenza, Memoria della Resistenza, Un altro 25 aprile
 

mercoledì, 22 aprile 2009

Memoria della Resistenza

Alla fine il premier ha annunciato che stavolta ci andrà, alle celebrazioni per il 25 aprile, per la prima volta da quando è in politica (16 anni). Ha detto che non vuole lasciare questa festa, che è di tutti, solo alla sinistra, che se ne è appropriata. Evidentemente ha cambiato idea rispetto ai 15 anni precedenti nei quali invece l'aveva lasciata alla sinistra. Ignoro come voglia celebrarla, non faccio mai processi alle intenzioni né dietrologia e quindi aspettiamo e vediamo.

partigiani-reggio-1945-webMi va invece di ripensare alla memoria della Resistenza come la ho vissuta io e la mia generazione.
Sono cresciuto in Emilia ed ero bambino negli anni '60, quando la memoria era ben viva (in fondo erano passati solo 20 anni, la fine della guerra era distante come ora la caduta del muro di Berlino o gli inizi della carriera di Madonna) e, a differenza dei bambini di oggi (così dicono tutti, ma non so se è vero o è una scusa) non mi dispiaceva ascoltare i racconti degli adulti. Almeno, nei lunghi pomeriggi estivi quando proprio non avevo altro da fare ed era troppo caldo per scappare da qualche parte in bici. Adulti che erano della generazione precedente ma, più spesso, della generazione ancora precedente, anziani per noi di allora, ma in fondo non poi tanto per i parametri di ora (non avevano ancora sessant'anni).

Curiosamente però, la maggior parte dei racconti era distorta dal fatto di provenire dalle donne, mia nonna, sua sorella, la mia prozia alla quale ero particolarmente legato, le loro amiche. Mio nonno, che pure era stato un dirigente delle SAP, le Squadre di Azione Patriottica, che era stata condannato a morte dai fascisti ed era fortunosamente sfuggito alla esecuzione nei primi mesi del '45, era un uomo dell'ottocento e non aveva molta considerazione dei bambini, secondo la visione tradizionale, dovevano ancora formarsi e non valeva la pena di sprecare tempo con loro. Mia madre, che pure era stata partigiana, era una giovane donna che viveva nel presente ed era proiettata nel futuro, e non aveva grande ansia di raccontare le sue vicende. Si stupiva quasi quando, di ritorno al paese natale, la chiamavano con il suo nome di battaglia.

Le donne di una certa età che perdevano tempo volentieri a raccontarmi storie della Resistenza tiravano invece fuori sempre episodi che mi piacevano poco, che non erano in sintonia con il mio desiderio di ascoltare storie epiche ed eroiche, con la mia formazione sui fumetti e sui film americani. Di solito erano storie di imboscate andate male, di armi che si inceppavano, di poveri ragazzi ancora giovani falciati dall'efficiente esercito tedesco in fuga. Ascoltavo paziente e deluso queste storie, nelle quali prevaleva la pietà e il dolore di chi la guerra l'aveva vissuta veramente, cercando poi con mio padre o con mio zio storie che mi confortassero nella convinzione che, in fondo, era stata una guerra vittoriosa.
Perché la mia curiosità di fondo, l'ho capito meglio dopo, era di immaginare me stesso in quel periodo, come tutti, cercavo di riportare una realtà che mi interessava alla mia dimensione.

Mi colpiva, soprattutto negli anni successivi, il fatto che quei ragazzi che andavano in montagna avevano più o meno la mia età, cercavo di capire come si potessero fare scelte come quelle, come si potesse vivere in una dimensione che era sempre a contatto con il pericolo e con la morte.
In tanti anni di pace è una dimensione che abbiamo completamente perduto, per fortuna.
Molti anni dopo, era il 1990, ho provato per un momento quella sensazione. Erano i giorni che precedevano la guerra del Golfo, l'Italia aveva deciso di partecipare alla coalizione, io ero in giro per lavoro in macchina e ascoltavo alla radio il dibattito in Parlamento per approvare la missione, le polemiche tra Andreotti che definiva la missione una "operazione di polizia internazionale" e Ingrao che ricordava con veemenza l'articolo 11 della Costituzione italiana.

25-aprile-bolognaSolite polemiche italiane che ascoltavo con relativa attenzione, ma poi in un momento ho pensato che potessero riguardare anche me, e mi è passato un brivido lungo la schiena, una impressione che non avevo provato mai. Mi ricordavo all'improvviso dei racconti di mia nonna sulla entrata in guerra, delle donne che piangevano ma dei tanti che esultavano o ascoltavano noncuranti, pensando che la cosa riguardasse qualcun altro. Come stavo facendo io? Riflettevo. Mi ero congedato dall'esercito da anni dopo la leva ma ero ancora in organico come sottufficiale, come età potevo anche essere richiamato, pareva impossibile che si arrivasse ai riservisti ma ... probabilmente pensavano la stessa cosa nel giugno del '40. C'era ancora l'Unione Sovietica, c'erano ancora i blocchi, che sbocco avrebbe avuto quell'avventura americana?  Uno scenario impossibile, una situazione che scappa di mano contro ogni previsione? Ho incominciato a immaginare scenari e ipotesi, era una mattina plumbea di pioggia e la radiocronaca drammatizzava il momento.

Non è successo poi nulla, a parte la brutta avventura di Cocciolone e Bellini, e Bush padre, forse proprio perché esisteva ancora l'URSS, si è ritirato da Bagdhad dopo aver ricondotto le truppe irachene all'interno del paese, lasciando Saddam al suo posto. Bene o male che abbia fatto, la guerra improvvisa era finita, ma mi era servita per capire, anche se in modo molto mediato, cosa volesse dire una scelta volontaria o imposta di andare in guerra.

L'altra Resistenza eroica e vincente era invece quella dei tanti 25 aprile festeggiati unitariamente, dai libri e dai film, dalla retorica trionfante della sinistra al potere e dall'"arco costituzionale", dalla scuola e dai professori di sinistra che ne davano una visione univoca, di parte.
Anche qui però la memoria non mi conforta del tutto. Festeggiamenti unitari? A dir la verità mi ricordo solo di esponenti della sinistra DC, quelli che ora sarebbero nel PD, di solito si trattava di una coppia, Granelli e Galloni. Gli altri, quelli della destra DC, non si sono visti mai. E quelli del centro DC si vedevano solo se erano presidenti del consiglio o simili, a portare corone al Milite Ignoto.
Film sulla Resistenza? A pensarci bene non sono mica tanti. Faccio fatica a individuarne qualcuno incentrato proprio sulla guerra in montagna. Al massimo ne parlano di rimbalzo. Come in Tutti a casa, come nel classico Roma città aperta, come in Una vita difficile o nella sua versione moltiplicata per tre, C'eravamo tanto amati. Pochi film, o di subito dopo la guerra, come Paisà o Achtung! Banditi! o problematici degli anni '90 come Il partigiano Johnny o Piccoli maestri. Non mi pare che al cinema siamo stati sommersi da retorica sulla Resistenza.

A scuola poi non ricordo di essere mai arrivato, in tredici anni di studi, neanche vicino alla seconda guerra mondiale. Mi ricordo come ne parlavano i vari libri di storia che avevo perché andavo sempre a leggere la loro versione del novecento, ma in classe ci siamo sempre fermati alle "campane di san Giusto" (la fine della prima guerra mondiale, per chi non ricordasse questa canzone patriottica, cioè per il 90% degli italiani) e anche il ventennio fascista, prudenzialmente, era sempre lasciato agli ultimi giorni di scuola, quando poi però c'era sempre qualcosa di più urgente da fare. In ogni caso anche i libri stavano sempre molto attenti alla massima equidistanza, e sul fascismo aggiungevano sempre che, però, "aveva bonificato le paludi pontine". Professori di sinistra o di estrema sinistra, sarà stato un caso, una eccezione, non ne ho visti molti neanche di quelli, me ne ricordo solo uno, ma era di Matematica, e poi era anche di un'altra sezione.
 
Insomma, di memoria della Resistenza ce ne sarebbe ancora bisogno. Ci sarebbe bisogno di riflettere su come il desiderio di libertà possa mettere in moto un intero popolo, sul significato stesso di libertà, su quale leva formidabile possa costituire la speranza in un mondo che possa assomigliare ai propri sogni, su come sia difficile, contraddittoria e poco lineare una vicenda che coinvolge il "milione di uomini" se vista da vicino, e come invece abbia un senso compiuto e sia un esempio se vista dalla giusta distanza, come i pixel di una immagine digitale, sulla possibilità di unirsi dimenticando le differenze una volta individuato come prioritario un obiettivo comune.
 
(La prima foto non è una delle solite foto di repertorio, ritrae partigiani a Reggio Emilia in Piazza del Duomo nei giorni successivi alla Liberazione. Qui sotto una canzone della Resistenza, una di quelle cantate effettivamente dai partigiani, in una valida versione dei MCR)
 

 
domenica, 19 aprile 2009

Un altro 25 aprile?

tutti-a-casaUn altro 25 aprile ... con il centro destra al potere e Berlusconi presidente del consiglio, forse assente o non si sa. La storia è inizata nell'ormai lontano 1994, la destra aveva vinto le elezioni e quel 25 aprile a Milano una grande manifestazione, sotto la pioggia battente, ha segnato la nascita dell'Ulivo e di una lunga stagione del centro sinistra, ora apparentemente tramontata.

Poi sono arrivati altri cinque anniversari mancati dall'attuale premier, più quello del 2008 dove era in procinto di riprendere la carica dopo la vittoria alle elezioni la settimana prima. Perchè le elezioni di solito si tengono in aprile, a ridosso appunto della festa della Liberazione. Dove peraltro non è detto che un leader politico debba partecipare solo se è presidente del consiglio, sono ammessi anche i leader dell'opposizione, se condividono il motivo per cui si festeggia.

E questo è il punto, il 25 aprile si celebra "la Repubblica nata dalla Resistenza", è una festa antifascista, è una festa del CLN, del Comitato di Liberazione Nazionale, del fronte antifascista che andava dai monarchici sino ai comunisti, e poi, negli anni a venire, dalla DC al PCI, escludendo i post-fascisti del MSI.

Come fa a partecipare a questa festa chi non condivide proprio il suo motivo ispiratore? Chi è l'erede proprio degli esclusi di un tempo? Chi ha costruito il suo blocco proprio rimettendo in pista quegli eredi? Se non partecipa è coerente con le sue idee. Ed è pure meglio. Se partecipa fornisce uno spettacolo di ipocrisia insopportabile. Sarebbe come vedere gli esponenti di Rifondazione comunista o dei comunisti italiani ad una commemorazione delle vittime del comunismo, o a una presentazione del "libro nero del comunismo" perché mai dovrebbero allora continuare a chiamarsi orgogliosamente "comunisti"? Perchè contestualizzaziono, distinguono, mettono sul piatto della bilancia risultati ed errori. Proprio come gli (ex) fascisti riguardo al ventennio e alla guerra.

Sarebbe come invitare i pacifisti senza se e senza ma alla Gino Strada alla commemorazione del 4 novembre, i vegetariani alla festa annuale della Cremonini, quelli di Green Peace alla inaugurazione di una nuova isola artificiale piena  zeppa di centri commerciali a Dubai.

C'è un limite al contorsionismo verbale, alla presenza fine a sé stessa, alla inclusione di tutto e del suo contrario. le conversioni insincere e di comodo non servono a nessuno. Ma, peraltro, in tutti questi anni, a parte qualche tentativo timido di Fini, non ci hanno neanche provato.

La memoria della Resistenza

Una buona metà degli italiani pensa e ha sempre pensato  e sostenuto, come ho sentito innumerevoli volte, che gli italiani nella seconda guerra mondiale hanno tradito, che iniziano una guerra da una parte e la finiscono dall'altra, che le gesta dei partigiani siano state esagerate o inventate per sola retorica, e comunque ne hanno poca memoria, in parte perché nelle loro regioni la Resistenza non c'è stata, in parte perchè son passati 64 anni (e per l'oblio ne bastano attualmente molti di meno).

Poi c'è stato anche il contributo non marginale dell'infame Pansa, che ha fornito gli altri argomenti che mancavano per affossare la memoria della Resistenza: gli eccidi dei partigiani ai danni dei fascisti o degli oppositori (quindi: sono tutti uguali) e la riduzione delle vicende belliche ad una banale guerra per bande stile Kabul.

Berlusconi è l'uomo medio di destra italiano, il tipico ex democristiano di destra, e sono più che sicuro che condivida in pieno queste stesse opinioni. Berlusconi non è antifascista, Fini neanche, e non parliamo degli altri ex di AN. Per essere veramente antifascisti dovrebbero rinnegare totalmente il loro passato, come i comunisti di cui sopra, incluso il loro mentore e maestro Almirante. 

Quindi ascoltarlo celebrare la Resistenza è una contraddizione in termini. Molto probabilmente sentiremo o sentiremmo qualcosa di diverso, la pacificazione nazionale, l'equiparazione tra vincitori e vinti, un altro modo per mettere una pietra sopra al significato di questa festa.

Aboliamola

Quindi, un po' di coraggio, aboliamola questa festa. Ormai, occorre riconoscerlo, chi ci ha creduto e ha combattuto ha perso. Non la battaglia per liberare l'Italia, per portare nel nostro paese la democrazia, con tutte le sue contraddizioni e i suoi alti e bassi, comunque ne abbiamo goduto in questi 64 anni. Ma ha perso la battaglia per mantenerne la memoria, perché il suo significato sia da tutti condiviso, perché i giovani pretendano di sapere tutto quello che è successo lassù in montagna tra il '43 e il '45. Piuttosto che vederla ridotta a equivoca passerella orientata alla riconcilazione nazionale tra gli opposti, meglio che la ricordi chi la condivide. E che gli altri rimpiangano quel giorno di festa così comodo per i ponti di primavera. Tanto non sarà la festa obbligatoria a tenere viva la memoria, ma quelli che ancora la coltivano perché ci credono.

E aboliamo anche tutte le altre feste superstiti del novecento, ormai prive di significato e in totale contraddizione con il blocco di potere che si è consolidato in Italia e che si prepara a governare per parecchi anni (salvo le sorprese che riserva sempre il nostro amato paese) modificando gradamente ma radicalmente quella "repubblica nata dalla resistenza".

Il 4 novembre, la fine della guerra vittoriosa che ha reso l'Italia finalmente e veramente una sola nazione, in contraddizione palese con una coalizione dove un fondamentale partecipante, la Lega, punta con passo calmo ma con decisione alla secessione e alla fine dello stato unitario, e magari anche all'unità proprio con gli sconfitti di quella guerra, gli odiati austriaci scacciati in quei giorni del 1918 a Nord delle Alpi.

Il 2 giugno, (peraltro già ridimensionata) la festa della Repubblica e della sua Costituzione che tutto il centro destra (e anche qualche sciagurato incauto del centro sinistra) non vede l'ora di cambiare per affossare la sua vera ispirazione, la giustizia sociale, al di là delle motivazioni efficientiste di comodo.

E poi c'è anche il primo maggio, la festa del lavoro ... ma forse è meglio che mi fermi qui.

25-aprile-e-18-aprilePer chi avesse dubbi: il vero significato del 25 aprile è ... (da un documento di Forza Italia che puoi leggere cliccando a lato oppure qui).

(L'immagine è tratta da uno dei migliori film su quella stagione, a tasso di retorica zero: Tutti a casa di Comencini, con Sordi e Serge Reggiani)

lunedì, 13 aprile 2009

ER: due stagioni alla volta

er-5-abbyRai 2 ha deciso di puntare tutto su ER quest'anno? Oppure non vedevano l'ora di liberarsi di questa ormai ingombrante serie e hanno colto l'occasione per chiudere tutto in un colpo solo?

Sta di fatto che ci stavamo aspettando (noi irriducibili appassionati del miglior serial TV di sempre) la solita brusca interruzione e l'attesa all'anno prossimo per l'ultima serie (15a stagione) andata in onda nelle scorse settimane in USA, quando è arrivata la sorpesa.

Per me ancora più brusca perché la settimana scorsa per vari contrattempi avevo dovuto saltare, e mi ripromettevo di vedermi più tardi la puntata cercandola in Internet. Solo che venerdì scorso c'erano parecchie cose diverse, la regia, i personaggi. er-morris-samCi sono voluti parecchi minuti per orizzontarci, ma poi è emerso che la settimana prima la Rai aveva trasmesso nella stessa serata sia l'ultima puntata della 14a serie (che era effettivamente più breve del solito, causa uno sciopero molto lungo degli sceneggiatura USA) sia la prima della 15a serie. Che nel frattempo si era conclusa in USA, con la conferma che sarebbe stata proprio "the least", l'ultima in assoluto.

Si aggiungeva poi un ritmo e un montaggio particolarmente serrato, come nelle prime serie, un netto cambio di passo rispetto alla serie precedente (che arrivava a volte inusitatamente nei territori della commedia e addirittura del glamour, con la nuova coppia Sam - Gates, ma anche con l'alcolico tradimento di Abby con Moretti).

er-8-gatesMa anche qui, a parte la regia evidentemente cambiata e il voluto ritorno alle origini, c'era anche una causa concomitante. Per la giornata di lutto nazionale proclamata per il tremendo terremoto in Abruzzo la Rai aveva sospeso la pubblicità. ER è pensato, credo, già all'origine in considerazione di qualche pausa pubblicitaria (magari non tante come quelle che ci ficcano da noi) che consentono agli spettatori di prendere fiato ogni tanto.

Così, due puntate assieme, personaggi nuovi, inclusa addirittura la nuova capa dell'ER (interpretata dalla nota attrice Angela Basset), ritmo incalzante e eventi drammatici, è stata una esperienza.

Resa ancora più intensa e impegnativa dalla uscita quasi simultanea di due personaggi chiave.

Nella prima puntata della nuova serie, apprendiamo cercando in Internet dopo la conclusione, era successo qualcosa di molto grave. In una esplosione accidentale era rimasto mortalmente ferito Pratt. Il medico che aveva iniziato come ambizioso e intemperante borsista, che aveva conquistato a fatica e a forza di errori (anche nella relazione con le persone) un equilibrio e una forza interiore, che lo avevano fatto diventare assistente e punto di riferimento per tutta la ER, e poi, proprio all'ultimo, capo di tutta la baracca.

er-6-neelaSolo che l'incidente fatale era arrivato proprio il giorno nel quale la sua nomina sarebbe stata formalizzata. Ma era rimasta in potenza, come la sua domanda di matrimonio alla fidanzata di lungo corso bettina, appena uscita da un brutto periodo. E' Morris, il suo amico che non è riuscito a salvarlo, a trovare l'anello in una tasca del suo camice.

Non basta, nella seconda puntata della nuova stagione un'altra analoga concomitanza riguardava il personaggio centrale di tutta la serie da molti anni a questa parte, la ex-infermiera, poi dottoressa e infine assistente Abby, la fragile e forte Obi-Wan-Kenobi delle infermiere, quella che, dopo la nuova caduta nel suo alcolismo, imparava proprio nelle ultime fasi della serie precedente, che "ci vuole una grande forza per chiedere aiuto", e riusciva, proprio nell'ultima puntata, a rimettere assieme il suo rapporto con Luka (e la sua piccola famiglia).

er-3A un prezzo però, un taglio netto con l'ER, con Chicago, con un ritmo di vita che aveva costituito la sostanza della loro vita. Così anche lei si trovava in tasca contemporaneamente la promozione ad assistente e la lettera di dimissioni. Non prima di aver ancora una volta dimostrato la sua capacità medica e quel misto di competenza e spirito pratico, dervante dalla sua lunga trafila come infermiera, salvando in extremis un paziente, e la sua capacità di andare al nocciolo delle cose difendendo la capo infermiera che era succeduta a lei, Sam, in commissione disciplinare.

L'uscita di Pratt era forse spiegabile con il desiderio dell'attore di non rimanere bloccato nel personaggio (l'abbiamo visto in altri film). Quello della bravissima Maura Tierney, non credo, penso che sia più spiegabile con il tentativo di rendere la serie meno chiusa attorno a questo personaggio complesso e partcolarmente riuscito, almeno nella ultima serie.

A questo punto, salvo altre sorprese, ER arriverà a conclusione in Italia nello stesso anno che in USA, chiudendosi per sempre (ma chissà ...) a primavera inoltrata.

(Le foto sono tratte dal sito della NBC e rittraggono, ovviamente, Abby, Morris e Sam, Gates, Neela e Dubenko, Neela e il suo borsista genio diciannovenne)

E Pratt? A lui qualcuno ha dedicato addirittura un video come omaggio a uno dei "character" più riusciti di tutta la serie.

 






 

sabato, 11 aprile 2009

Maria Cazzetta, Santa Pupa e Cacini

algeria-2La ironica fantasia del popolino romano ha inventato nei secoli figure e metafore che consentono di spiegare bene quello che succede nel nostro amato paese. Un personaggio molto citato dai veri romani (io non lo sono, ma mi applico) è Santa Pupa. Sempre (o quasi) presente, è quella figura immaginaria che protegge i bambini e i poveri di spirito dalle più rischiose imprudenze, consentendo loro di attraversare indenni una strada trafficata e simili. Era presente (non con questo nome) anche in un racconto di fantascienza di diversi anni fa, mi sembra di Jack Vance, dove il protagonista capitava in un pianeta dove la razza umana era fortemente evoluta, erano tutti, uomini e donne, bellissimi come dee e come dei, ma con il cervello di un bambino di 4 anni particolarmente distratto, e vivevano felici in un mondo dove tutto, però, funzionava alla perfezione. Se un operaio felice e ottimisticamente inconsapevole di ogni istruzione operativa e norma di sicurezza, nonché più bello di Brad Pitt, era al comando di una gru e nel fare manovra stava per buttare giù il grattacielo vicino, all'ultimo secondo si inceppava il motore, e poteva così posizionare meglio il braccio della gru.

Dopo qualche giorno il protagonista, solito vagabondo delle stelle, scopriva il segreto, Santa Pupa in questo caso erano i pochi terrestri ancora dotati di un intelletto con tutti i neuroni a posto che, dalle loro città sotto terra, con raffinati strumenti video e comandi a distanza, intervenivano sistematicamente a evitare danni a quel popolo di bambinoni felici. 

Maria Cazzetta invece è la protagonista del celebre detto "i risparmi di Maria Cazzetta" (esiste anche la versione in inglese: "Maria Cazzetta's savings") colei che, per risparmiare 100 lire, ne spende poi 10.000 per aggiustare quello che si è guastato, per ricomprare quello che poi non era un così grande affare, per completare quello che sperava di evitare.

Guardando con tristezza e partecipazione i danni terribili del terremoto in Abruzzo non potevano non venirmi in mente questi personaggi. Quella unica casa intatta nel paesino di Onna, l'agglomerato che si trovava proprio sopra l'epicentro, rimasta in piedi perché il proprietario, l'unico, aveva evidentemente deciso di spendere un po' di più per costruirla seguendo la normativa antisismica, anche se non obbligatoria.

algeria-1E perché non era obbligatoria? Perché ogni anno veniva rinviato l'obbligo di applicazione, anche nelle zone ad alto rischio sismico, secondo una nuova tradizione legislativa italiana, che segue il rito della finanziaria, il "decreto milleproroghe".

E lo sciame sismico, ultimo tentativo, forse, di Santa Pupa per avvertire dell'imminente pericolo? Non è prevedibile un terremoto con data e ora, e non è possibile evacuare intere città con decine di migliaia di abitanti ogni notte o quasi, siamo d'accordo.

Ma almeno un programma straordinario di verifica preventiva e di stress test sulle abitazioni più a rischio si poteva provare ad iniziarlo, o no? Tra il fatalismo e il pessimismo cosmico esisterà, spero, una via mediana.

E quelli che sapevano di aver costruito violando tutte le norme? Zitti e buoni, invocando ogni notte Santa Pupa? O cinicamente tranquilli che la confusione legslativa italiana e le prescrizioni li avrebbero comunque salvati? O talmente ignoranti e sprovveduti da non avvertire neanche il rischio?

Alla fine la scossa violenta è arrivata proprio in piena notte, con le conseguenze che sappiamo. Ed è veramente triste, e fa rabbia, sentire l'esperto di turno affermare che un terremoto della stessa intensità, in California, non avrebbe fatto neanche una vittima. Anche in California ci sono case vecchie, costruite prima di conoscere le tecniche per la costruzione antisismica, anche gli USA sono un paese capitalista con uno stato molto leggero, eppure, nel loro stesso interesse e con pragmatico e anglo sassone buon senso, hanno speso quello che dovevano spendere per mettere in sicurezza vaste aree di uno stato che è più esteso del nostro paese.

Noi preferiamo risparmiare, rimandare gli investimenti, non sia mai che sia necessario aumentare di qualche percentuale le tasse, salvo poi spendere non so quante volte tanto, a parte il costo incalcolabile delle vite umane spezzate, per agire in emergenza. L'emergenza come unica molla di efficienza.

E qui arriva Cacini, l'altro personaggio. In questo caso realmente esistito (qualche anno fa è venuto a casa mia per riparare un rubinetto il nipote, che faceva l'idraulico, Cacini era un attore dei primi decenni del novecento). Arrivava trafelato all'ultimo momento e voleva mettere tutto a posto, diventare il primo.

E così facciamo sistematicamente noi, quando una emergenza riporta all'attenzione questa o quella carenza organizzativa del nostro sistema paese. Vogliamo applicare "la legislazione più avanzata in materia". Così per la sicurezza sul lavoro non basta la normativa europea (che peraltro non applichiamo) vogliamo andare oltre, con la normativa approvata nel 2007 (inapplicata anche quella e in via di semplificazione, ovvero di non applicazione autorizzata). Così con la normativa e i permessi per edificazione e ristrutturazione, una giungla di certificati di idoneità statistica, libretti di fabbricato, certificati di abitabilità, certificati di prevenzione incendi, che poi si scopre che non sono presenti spesso o quasi mai perché intrecciati tra competenze di più enti e incongrui tra di loro.

marocco-1Il risultato è che sulla carta tutto è perfetto, nella realtà tutto è imperfetto e approssimativo e che l'applicazione della normativa bloccherebbe tutto. O, almeno, la normativa è così complessa che fornisce una ottima scusa agli eterni cercatori di scorciatoie e agli eterni facilitatori di scorciatoie.

Una normativa più semplice e controlli a campione sistematici sarebbero certamente una soluzione più logica. Basterebbe copiare con umiltà una qualche legislazione di un paese civile europeo a nostra scelta. Ma preferiamo continuare così, come i bambinoni del racconto di Jack Vance.

Per questo, lo confesso, sono restio a partecipare alla rituale raccolta fondi. Sono sottoscrittore di altri programmi, ma questa volta avverto qualcosa di stonato. Tutti pronti e generosi dopo che il danno è fatto, ma tutti altrettanto pronti (come la Confindustria) a criticare i costi eccessivi di questa o quella normativa di sicurezza (vedi quella sulla sicurezza del lavoro), quando Santa Pupa è meno distratta.

Mi spiace, ma è lo Stato, ai suoi vari livelli, usando i fondi che una metà dei cittadini trasferisce loro sotto forma di tasse (e io sono tra questi e me ne accorgo) che deve provvedere. Lo slancio generoso nella raccolta dei fondi lasciamolo a quell'altra metà che forse in questo momento un qualche complesso di colpa lo avverte (o forse no, sono troppo ottimista).

 
sabato, 04 aprile 2009

Aboliamo il sostituto d'imposta

sartieLa politica italiana è talmente ripetitiva che non c'è neanche bisogno di tirare fuori sempre nuovi post a cadenza quasi giornaliera. Basta riprendere quelli già fatti, anche a distanza di tempo. Per esempio in questi giorni ecco nuove stupite notizie sulle dichiarazioni dei redditi dei lavoratori autonomi versus i lavoratori dipendenti. 

Pare, dai dati della Agenzia, che il 78% delle entrate IRPEF provenga dai lavoratori dipendenti (che sono circa la metà del totale), che un esiguo 2% del totale dei contribuenti abbia un reddito sopra i 70.000 € all'anno (che corrispondono, per un lavoratore dipendente, a 3000 € netti al mese per 14 mensilità, uno stipendio che non consente certo di comprare uno yacht, neanche a rate, eppure basta andare a Porto Ferraio o al Giglio o anche al Porto di Ostia ...), che tra i lavoratori autonomi oltre il 50% dichiari meno di 35.000 € all'anno, e che il contributo all'Irpef del lavoro autonomo è pari al 4,2% del totale, e che in sintesi il reddito medio degli italiani soggetti a Irpef è 18.000 € all'anno (sempre lordi, s'intende). 

Non mi pare ci abbia fatto caso nessuno, ma il PIL pro-capite del 2006 (fonte: Calendario atlante De Agostini) era 31.791 € (ca. 38.200 €), mi pare ci sia qualcosa che non torna.

Comunque questa notizia mi pareva di averla già commentata un paio di anni fa (era il giugno del 2007, c'erano polemiche in corso sugli studi di settore), e il titolo era: Come fa un gioielliere ad arrivare a fine mese? 

Non c'è neanche bisogno di riciclarla, va bene ancora così com'è.

Per capire il perché e l'ineluttabilità di questa situazione è anche subito pronto un altro post di qualche mese fa: La politica italiana spiegata a un marziano. 

Qualche anno fa qualcuno (non ricordo chi) propose una soluzione estrema a questo eterno problema dell'equità: abolire il sostituto d'imposta e ritornare al sistema degli anni '60. Peccato sia impraticabile, sarebbe veramente interessante verificarne gli esiti.
martedì, 24 marzo 2009

Se 500 milioni vi sembran pochi

Si parla ovviamente di metri quadri. Sulla copertina dell'ultimo numero di Panorama si legge infatti: "Oltre 9 milioni di immobili potranno essere ampliati, in tutto 500 milioni di mq, impegnando 60 miliardi di euro: il triplo dell'investimento per le grandi opere". Il tutto a fianco di una foto stile piazzista di Berlusconi e un nuovo slogan: "Forza casa".

nero-bifamiliarePensavo ci fosse un errore e che si trattasse di metri cubi, invece nell'articolo interno, basandosi su uno studio del Cresme (cos'è il Cresme? Centro ricerche economiche sociali e di mercato per l'edilizia e il territorio, una organizzazione delle industrie dell'edilizia, insomma i beneficiari del piano casa) si parla proprio di metri quadri, 490 milioni, per l'esattezza, che potrebbero essere suddivisi tra 9,5 milioni di immobili.

Pensavo ci fosse un errore perché, se si trattasse solo di abitazioni, si tratterebbe di 19 milioni di vani (stanze) in più. (mq/immobile = 47 ca., 1 stanza 20-22 mq = 2 stanze per immobile, magari con un bagnetto = 19 milioni di stanze). Una persona per stanza, e in Italia potrebbero entrare altri 19 milioni di abitanti, con due per stanza (diciamo una badante e un domestico) altri 38 milioni. Staremmo forse un po' stretti quando usciamo di casa, ma saremmo tutti con un tetto sulla testa.

Leggendo la bozza di ddl e le anticipazioni di Panorama, che fanno riferimento alla legge "apripista" del Veneto, si vede però che gli ampliamenti non si applicherebbero soltanto alle abitazioni civili, ma anche a quelle per uso industriale e uffici, e arrivano fino alle ricostruzioni. Abbattendo un palazzetto di 1000 mq se ne potrebbe ricostruire un altro nello stesso posto di 1200 mq (30% in più di metri cubi = ca. 20% in più di metri quadri, con 3mt di altezza delle stanze). Magari un palazzetto tutto di mini appartamenti (più commerciabili) dove prima ci entravano 40 persone (una ogni 25 mq) ce ne potrebbero stare così 80. E se si tratta di uffici, ancora di più. E poi ci sono gli ampliamenti di capannoni, edifici industriali e ... box auto (ma solo se la destinazione era già la stessa).
O costruzione di box nei cortili con la scusa del risparmio energetico. Sul tetto del box costruito al posto del parcheggio all'aperto si mettono i pannelli solari e così le amate auto possono stare al coperto.

E questo in fondo sarebbe l'unico uso coerente con la realtà del mega piano, perché:
1. escludo che l'obiettivo sia attirare in Italia altri 10 milioni di extra comunitari (5 per abitare i nuovi vani e 5 per costruirli) o anche di più (a meno che non abbia capito niente della Lega);
2. escludo un improvviso boom demografico stimolato dalle stanze in più (in casa di mamma e papà); in ogni caso in Italia nascono a dir tanto 0,5 milioni di bimbi ogni anno, per arrivare a 10 o 15 ce ne vuole;
3. escludo che ci siano abbastanza giovani ammassati in stanze in affitto da riempire tutte queste mansarde delle villette bifamiliari finalmente con permesso di abitabilità e quindi pronte all'agognato ritorno a casa di mamma;
4. escludo che ci siano tanti nuovi uffici da riempire questo 20% in più di spazi (già ci sono tanti palazzi per uffici vuoti ora); certo ci sarebbero gli uffici di tutte queste imprese edilizie, che però di solito puntano al sodo e non ai grandi uffici;
5. di macchine costrette a passare la notte all'aperto, fuori di casa, anche se nuove nuove, ce ne sono però parecchie (a Roma ci sono 7 macchine ogni 10 abitanti, e non parliamo degli scooter) e quindi potrebbero facilmente riempire buona parte di questa nuova immensa quantità di Italia chiusa sotto un tetto.
 

sabato, 21 marzo 2009

Un angolo di Svizzera anche a Roma

Si portano spesso ad esempio i paesi del Nord e le loro evolute strutture urbanistiche ed organizzazione della mobilità. Mezzi pubblici efficienti e traffico incanalato su poche grandi strade costruite apposta, senza semafori ma con sottovia e sopravia e, quando proprio necessario, rotatorie.
 
mandrione-101E attorno i quartieri residenziali, dove i bambini possono anche andare in bicicletta e le mamme attraversare la strada con la carrozzina senza rischiare la vita, perché lì il traffico è forzatamente a velocità ridotta, su ogni strada sono difatti previsti dossi rallentatori, a volte integrati con le strisce pedonali. Le chiamano, se non ricordo male, stade chilometri 30, perché la velocità massima è, appunto, 30 Km/h.
Così non viene neanche la tentazione ai furbi (che però come noto sono meno numerosi in quei paesi di gente semplice) di usare queste strade locali meno trafficate come scorciatoie, quando il traffico è intasato sulle strade principali. Scorciatoie da percorrere magari a tutta velocità, perchè a causa dell'intasamaneto chi le percorre è in ritardo.
 
Mi sembrava una soluzione molto logica e anche ben poco costosa, con un rapporto efficiacia/costo particolarmente elevato. Non è che mi stupissi troppo di non vederla applicata anche da noi, ma mi avevano detto che era addirittura impossibile, perché i dossi rallentatori su strade aperte al traffico, non private, erano vietati da non so quale norma del codice della strada.
Ma era una bufala, perchè ho scoperto che le strade Km 30 almeno a Roma ci sono veramente! Io ne ho scoperto una, l'unica in tutta la città a dire il vero (almeno a quanto ne so, io giro molto) ma una ce n'è.
Certo è una strada un po' particolare, è Via del Mandrione.

Via del Mandrione
Avete presente una strada di un quartiere residenziale? Avete presente una strada di grande scorrimento? Via del Mandrione è l'antitesi di tutte e due.
Per chi non conosce Roma e non ci abita da almeno 20 anni è un nome che non dice niente, ma gli altri in genere la ricordano, era una strada di campagna (come si intuisce dal nome) che costeggia le mura romane e papaline nella zona Sud-Est della capitale. Proprio a ridosso delle mura si era sviluppato negli anni del dopoguerra un "borghetto" (una favelas all'italiana) celebrato da alcuni film pasoliniani. Le misere case utilizzavano le antica mura, in parte anche romane, per avere costruito almeno un lato, e le loro volte per avere una parte delle stanze.
Roma fino al 1978 era una città dove di favelas di questo tipo ce ne erano diverse (c'era il borghetto latino, il borghetto prenestino all'altezza di largo Preneste, il borghetto di Cenocelle-Quarticciolo). Fino a quando l'eroico sindaco Petroselli, lo stesso che ha tirato fuori dal sonno ventennale la Metro A, si è battuto per trovare una casa dignitosa a tutte quelle persone e chiudere per sempre quel vergognoso spettacolo che una presunta potenza industriale dava di sé, e proprio nella capitale. Trovando purtroppo la morte per il superlavoro e le immani responsabilità addossatesi, solo tre anni dopo.

mandrione-99Via del Mandrione (nell'ultima parte si chiama, per la precisione, Caslina Vecchia) aveva però un altro scopo, quello di scorciatoia per arrivare in centro arrivando dal popoloso quartiere Tuscolano (ora X Municipio), evitando la più trafficata Via Tuscolana e risparmiando qualche manciata di minuti grazie all'assenza totale di semafori (compensati però da diverse curve a gomito e da un paio di immissioni da altre note scorciatoie romane, nonchè da alcuni passaggi a senso unico alternato all'interno delle arcate romane, con epiche sfide tra gli automobilisti a chi cedeva per ultimo).

Ora è una strada che collega alcuni capannoni abbandonati, la stazione FS meno usata di Roma (Casilino),  alcune residue case (quelle che erano tutte in muratura) e laboratori artigiani e ogni tanto qualche mini accampamento di zingari (poche roulottes). Un posto dove non ti verrebbe mai in mente di mettere i dossi rallentatori. Invece ci sono, strategicamente e sistematicamente disposti ogni 200 mt., anche dove non servirebbero, in corrispondenza di curve a gomito che non hanno nulla da invidiare alle chicanes del Gran Premio di Monaco di Formula 1, e dove anche Shumacher avrebbe difficoltà a superare i 30 Km/h. Lo so perché quando ci passavo mi ingegnavo di superarle alla massima velocità possibile con la mia agile Fiat 500 (quella vera), ma non era facile, perchè dopo la curva a 90 gradi si passava su uno stretto ponte sulla ferrovia e in basso bisognava fare attenzione ad una trave di acciaio che restringeva ulteriormente la carrreggiata.

Insomma un assurdo totale metterli qu, forse era una sperimentazione che doveva estendersi ma si è fermata qui, o i dossi artificali erano in offerta, ma almeno sappiamo che, volendo, si potrebbero mettere anche nei quartieri residenziali e magari anche in prossimità delle scuole elementari, questi famosi dossi rallentatori, e non solo per scoraggiare l'uso come scorciatoia di questa unica strada di periferia (peraltro ce ne sono altre cinquanta almeno così).
Come dite? I dossi sono pericolosi per gli scooter? Dalla documentazione fotografica (Google Earth) che allego si vede anche che non è proprio così.

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Inizia il tour

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Gli archi

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E' proprio a Km 30

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Le moto non hanno alcuna difficoltà (passano a lato). Notare che il raffinato software di Google per camuffare i volti viene ingannato dalla orrenda riproduzione in gesso della Bocca della verità che da anni staziona nei pressi di un laboratorio. In fondo si intravede il ponte sulla ferrovia che si conclude con una curva a gomito che mette a dura prova l'abilità del driver.
 
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L'ultimo dosso prima dell'uscita sotto gli archi verso Villa Fiorelli.

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L'uscita